Tradizioni

Molte tradizioni resistono a Belvedere Spinello, nonostante alcuni valori rispecchino il cambiamento in atto e tante sono le situazioni che ormai lo accomunano ad una società moderna ed evoluta. La solidarietà e la cultura del vicinato, che caratterizzano le piccole comunità, sembrano essere accantonati dalla chiusura in se stessi, l’indifferenza e la freddezza nei rapporti umani lasciate regnare sovrane. La tradizione diventa appiglio forte poiché richiama la  necessità, nelle nostre terre, di conservare il senso della comunità. Voler ricalcare ed imitare ambienti e modi di vita paralleli, equivale a volte, ad importarne gli aspetti più negativi. La storia, che procede nel suo corso inesorabile e continuo, non conosce frattura, molte situazioni, a volte, si ripetono; sarebbe più opportuno studiare se stessi e il proprio passato piuttosto che trovare facili soluzioni in ambienti sincroni.

Credenze e superstizioni molto spesso si fondono nelle tradizioni, manifestandosi in forme singolari e variegate.

A spina santa

La sera del trenta Aprile, a difesa della propria dimora abitativa, viene posto sulla porta un piccolo fascio di erbe costituito dalla “spina santa” - ginestra spinosa - da una rosa, da un'infiorescenza di sambuco.

U spascinu

Rito contro il malocchio. La tradizione vuole che esso sia tramandato esclusivamente durante la notte di Natale. Nel compiere questo rito, la “spascinatrice” si produce in gesti singolari accompagnati da sbadigli - i movimenti labiali inducono a pensare che reciti formule segrete - disegna con le dita il segno della croce sulla persona colpita dal malocchio o, se assente, su un indumento, che la stessa portava addosso nel momento in cui si presume che essa sia stata colpita dal maligno. Al termine del rito, invita l'interessato a lavarsi il viso e buttare l'acqua “all'ijrtu” (verso la salita). Lo stesso rito, perché produca effetti, dev'essere ripetuto da tre “spascinatrici”.

U gijssu

Amuleto che consiste in un  sacchetto di stoffa di piccolissime dimensioni riempito con sale, peperoncino, carbone benedetto, immagine di Santo.

A focara

Tradizionale falò realizzato alla vigilia di Natale grazie alla donazione di un ceppo da parte dei vicini di casa, viene riproposto ogni anno nelle piazze e nei rioni del paese. Molti lo realizzano per aver ricevuto delle grazie.

I luvariddi 

Il mercoledì Santo, nelle chiese del paese, si orna il Santo Sepolcro con “i luvariddi” piantine di ceci, grano o avena, lasciati germogliare al buio. Tradizione originaria dei Greci, i quali festeggiavano Adone, dio della vegetazione e della fertilità. Le feste, dette Adonie, erano commemorative della morte e risurrezione del dio Adone, considerato simbolo della vita che rinasce.

A frazza

Tradizione carnevalesca, consisteva in una rappresentazione per le vie del paese, a volte anche per le case, dove “i frazzari” si esibivano, al suono di chitarra battente e mandolino, in originali canti, poesie e storie.

A strina

Molto sentita fino a qualche tempo fa; si girava casa per casa alla vigilia di capodanno portando una pietra di grosse dimensioni, che veniva lasciata sul posto, recitando più o meno così “bona sira e bonannu fammi a strina che è di capudannu”. La pietra indicava legami forti,  richiamando il culto della dea Vesta, del focolare domestico e della vita della città,  presso i Romani.  La strina è anch'essa legata al tempo dei Romani, i quali, durante le feste dedicate al dio Giano, “ I Saturnalia”  solevano scambiarsi dei doni avvolti in ramoscelli di alloro, detti “strenae” poichè venivano raccolti lungo una via consacrata alla dea “Strenia” considerata portatrice di fortuna e felicità.

U cumpari i petra e ra cummara i capiddu

Molte persone a Belvedere Spinello, anche di mezza età, ricordano che da piccoli, per stringere rapporti di amicizia, e a loro dire “farsi cumpari”, giuravano su dei sassi raccolti da terra sui quali  sputavano sopra, e che buttavano lontano in mezzo alla campagna, dichiarando di venire meno al loro patto quando il sasso sarebbe stato ritrovato. La tradizione ha origine dai Romani, che avevano il loro Giove di pietra, giurare su questa pietra era rito solenne e vetustissimo tanto da essere usato quando bisognava stringere trattati di alleanza e di pace. Le ragazze, invece, si prodigavano nello stesso rito, e si “facevano cummari” utilizzando al posto della pietra un capello spezzato in due e sul quale le fanciulle soffiavano sopra prima di abbandonarlo al vento.

A sira i da bifana

Alla vigilia dell'epifania è consuetudine preparare e  mangiare 13 pietanze diverse e dare da mangiare più del solito agli animali, poichè la tradizione vuole che quest’ultimi acquistino la capacità di parlare e bestemmiare il loro padrone se non hanno cibo in abbondanza.

A calata

Sassaiuola risalente alla rivalità storica tra belvederesi e spinellesi al tempo di Ferrante Ferdinando Spinelli e Marc'Antonio Lucifero di Crotone, feudatario di Belvedere Malapezza (1534). Il giovedi Santo, in località centrale, al grido di “scinniti bervidirisi” da parte dei spinellesi e di “calati spinniddisi” da parte dei belvederesi, si dava vita alla sassaiuola. Probabilmente abolita da Don Giuseppe Nigro nel 1936, ritenendola a ragione molto pericolosa, è continuata negli anni successivi in forme diverse.

I giochi di una volta

Pieni di estro ed ingegno, i giochi di un tempo sviluppavano la creatività. Le esigenze fisiologiche e lo stato di bisogno, inducevano il bambino a considerare ogni sorta di materiale, potenziale fonte di gioco e divertimento; legno, pietre, bottoni, filo, tessuti, scatole di latta venivano adattati a giochi;  perfino la mascella del maiale, dopo la sua uccisione, costituiva “u carriciddu”, da trascinare legata ad un filo.

Si giocava a “U ppà” cercando di  far capovolgere con il fiato una moneta o un bottone posto su un piano;  a cinque e deci” buttando dei cappelli a terra e facendoli girare tirando dei  calci; “a ra sguilla” cercando di colpire con un bastone più lungo, “ u sguillunu”,  un bastone più piccolo appuntito, “a sguilla”,  facendo saltare da terra quest'ultimo per poi colpirlo al volo; a “sale sale”: una squadra formava un ponte di persone sistemate con gambe tese e schiena piegata, i componenti dell'altra squadra, dopo una breve rincorsa, vi saltavano sopra. Il gioco era basato sulla resistenza e sull'abilità: perdeva, infatti, la squadra che formava il ponte, se non resisteva al peso pronunciando in segno di resa la parola sale sale; perdeva la squadra in groppa al ponte, se uno dei suoi componenti toccava terra. “Ari petriddi, nel quale, dopo aver posizionato a terra 5 pietre di piccole dimensioni, bisognava raccoglierle,  aumentando gradualmente di difficoltà;  alla naca”, dove bisognava raccogliere un filo tra le dite del compagno, che lo posizionava, di volta in volta, in forme diverse.

Altri giochi, che gli anziani ricordano ma ormai non più praticati, sono: lo strummulu, la gioca, u cannatiddu, scaffetta, tavulalonga..