La lingua Arbëreshë

L’Albanese è, senza alcun dubbio, una lingua indoeuropea, le cui origini sono molto antiche. In una cartina geografica del II° secolo, il geografo greco Tolomeo segnalava per la prima volta , con il nome di Alvanoi, nei pressi dell’attuale Durazzo, il luogo ove viveva la stirpe degli albanesi. In seguito, con la labializzazione della V greca in B latina, nasce la parola Albania. Nei secoli successivi, il luogo ove risiedeva la stirpe albanese, venne chiamata Arberia o Arbenia, mentre la popolazione venne indicata con il nome Arbëreshë.

Ecco spiegato il motivo per cui le comunità di origine albanese in Italia, vengono chiamate Arbëreshë, mentre gli odierni Albanesi si identificano con il nome “Sqiptarë”, che secondo alcuni deriva dalla parola Sqip che significa “chiaro”, mentre secondo altri deriva dalla parola “Sqiponja” che significa “aquila”, quindi Albania il paese delle aquile.

Naturalmente mentre il lessico arbëreshë ha subito nel corso degli anni l’influenza italiana o calabrese, l’albanese della madre patria ha subito l’influenza turca. Molti sono, infatti, i vocaboli arbëreshë che a ben guardare hanno origine calabrese o italiana, come ad esempio bônka (tavolo), bikeri  (bicchiere) seggia (sedia) e tanti altri.    Differenze sia lessicali che fonetiche si riscontrano pure nei tre paesi albanesi del crotonese: San Nicola, Pallagorio e Carfizzi. Nonostante queste differenze linguistiche autoctone, la struttura della lingua albanese/arbëreshë è unica, come uniforme è il suo substrato.

Piccola guida per leggere l’Arbëreshë

H: corrisponde alla g dura della parola italiana gatto;

k: corrisponde alla c della parola italiana casa;

ô: corrisponde alla ent francese della parola naturelement;

nj: corrisponde alla gn della parola italiana gnomo;

ë:  e muta;

c: equivale alla z italiana della parola Carfizzi;

th: corrisponde al th inglese

j:  allunga il suono della i.

ç: corrisponde alla c della parola italiana ciliegia o cedro.

Canti popolari

I  Canti tradizionali arbëreshë, le Vaghe o Valle, consistono in canti in cui tutti i partecipanti si prendevano per mano danzando lungo le strade del paese, oppure circondando gli sposi. Infatti le Vaghe si celebravano per carnevale, durante i riti matrimoniali. La Vagha più famosa è forse la “Vagha  e Kustandinit”, cioè “La Danza di Costantino”,  presente in diverse versioni in  tutti i paesi arbërëshë.In questo canto si narrano le vicende amorose di Costantino il piccolo, ritenuto un eroe nella lotta contro i turchi. Costantino, dopo soli tre giorni di matrimonio, riceve l’ordine di partire e raggiungere  l’esercito. Costantino parte e combatte per nove lunghissimi anni. Dopo nove anni di fedele servizio, fa un sogno terribile; sogna infatti che la sua sposa sta per scambiare le corone di fiori, con un altro, tipico gesto del matrimonio greco-ortodosso. Costantino svegliatosi di soprassalto, emette un forte sospiro sentito dalla grande Signora, la quale, dopo aver chiesto il motivo di tale lamento, suggerisce a Costantino il piccolo, di  prendere la nona chiave, aprire la nona stalla e prendere il cavallo più nero e più veloce e correre verso il suo paese per impedire quel matrimonio.

 Così Costantino parte; giunto nei pressi della sua Hora (Paese), incontra i suoi vecchi genitori che hanno deciso di suicidarsi, poiché la loro nuora, sposa del loro figlio, stava per sposarsi con un altro. Dopo essersi fatto riconoscere dai suoi vecchi genitori, Costantino arriva in chiesa appena in tempo per impedire che la sua sposa scambia il giuramento d’amore con  il rivale.


Proverbi Arbëreshë

Molti sono i proverbi arbëreshë, espressione della saggezza popolare, che ancora oggi si sentono ripetere a Carfizzi. Di seguito riportiamo i proverbi ritenuti più significativi e tipici della nostra cultura.

 Gur me gur bohet mur

(I  muri si costruiscono pietra su pietra).

      **   E’ una espressione usata come monito per tutti coloro che hanno sempre fretta,e che a causa di essa spesso sbagliano.

Graja, prifti e dhia bonjn dôm te gjitunia

(I guai del vicinato sono: la donna,  il prete e la capra).

      * *   Questa espressione mostra come per la cultura popolare, le maggiori colpe siano da attribuire alla donna in quanto ritenuta pettegola, al prete in quanto ritenuto cacciatore delle donne altrui, e alla capra in quanto mangia tutta l’erba che  cresce nei dintorni.

 Fjalët jônë  si kërshi, merr njô e vjnjin di

 (Le parole sono come le ciliegie, ne prendi una e ne vengono due)

*  E’ un monito a non sparlare

 Guajet e poçes i din luga çë rriminôrin

 (Solo il mestolo conosce i guai della pentola)

* * Ognuno conosce i propri guai e gli altri non possono giudicare.

 Barku i plot këmba lot 

( Solo quando lo stomaco è sazio il corpo può lavorare)

** E’ un invito a ben nutrirsi

 Trômbe si breshka te grôndnat

(Hai paura come la tartaruga quando grandina)

** Il proverbio si riferisce a uomini temerari che non hanno paura di nulla.

Një arrë te thesi në bonë shtrush

(Una noce nel sacco non fa rumore)

** Equivale a dire che in tutte le dicerie c’è un fondo di verità.

 Ghançela vete e vjen njer çë  çahet

 (L’anfora va e viene dalla fonte finché non si rompe)

** Il detto equivale a dire che la pazienza ha un limite.

 Gargalia mbiakurise pru t’mbiakurit tim

 (vecchiaia del mio telaio portò con sé la mia vecchiaia)

* *  Si riferisce al fatto che in passato la donna viveva quasi in simbiosi con il telaio,per cui invecchiava tessendo coperte e vestiti.