La venuta dei primi Albanesi in Italia risale alla prima metà del XV secolo, allorquando il re di Napoli, Alfonso V d’Aragona, allo scopo di placare le insurrezioni dei feudatari pugliesi e calabresi, fedeli ancora alla casta degli Angioini, chiese aiuto al Principe di Albania Giorgio Kastriota Skanderberg, suo alleato.

L’alleato albanese mandò in aiuto di Alfonso V un esercito di uomini comandati dal generale Demetrio Reres e dai suoi due figli, Basilio e Giorgio, i quali in poco tempo riuscirono ad avere la meglio sui rivoltosi. In tale occasione Alfonso V per riconoscenza, oltre che per motivi strategici, donò ai generali albanesi alcuni territori, nominando il generale Reres, Governatore della Calabria Ultra. Dopo la morte di Alfonso V, salì sul trono di Napoli il figlio,  Ferdinando I. Ancora una volta la casa angioina, sostenuta da diversi baroni ambiziosi, tentò di riprendersi il potere. Il giovane principe, ritenendo di non poter sostenere con le sue sole forze l’impeto dei rivoltosi, si rivolse al vecchio alleato di suo padre, Skanderberg. Questa volta il principe albanese mosse personalmente alla volta dell’Italia con un esercito di circa 10.000 uomini, liberando Ferdinando I , assediato nella città di Bari, il 18 agosto 1462.

Tornato in patria, Skanderberg combatté ancora per alcuni anni contro i turchi, riportando numerose vittorie. Skanderberg muore di malaria ad Alessio il 17 gennaio 1468.

Dopo la morte dell’eroe, ebbero inizio i grandi flussi migratori del popolo albanese verso la Jugoslavia, la Grecia e l’Italia, per non soccombere all’invasione Ottomana che, dopo la presa del bastione di Scutari, occupava tutta l’Albania. Dunque in questa epoca di commistione tra il popolo albanese e le popolazioni dell’Italia meridionale, venne fondata Carfizzi, anche se a dire il vero non si è trattata proprio di una fondazione quanto, come pensano alcuni studiosi, di un ripopolamento del feudo di Santa Venera. Da un documento rinvenuto nel Reale Archivio di stato di Napoli, si rileva che il Centaglia, marchese di Crotone e conte di Catanzaro “... nell’anno 1465 si possedeva uno con lo feudo di Santa Vennera, che oggi è detto Scalfizzo”.

Sono queste le prime notizie storiche su Carfizzi. Nel 1505, un certo Luca Antonio Giannotto, possedeva per morte dell’avo le terre di Trivio, Carfide e Crisma. Da ciò si deduce che già in quell’epoca il feudo di Santa Vennera si identificava con questi tre territori. Nel 1543 si procedette a Carfizzi al primo censimento di cui si ha conoscenza, dal quale risultarono 21 fuochi, cioè 21 famiglie e 82 abitanti.

Un nuovo censimento, fatto nel 1596, mostra come a distanza di mezzo secolo la popolazione risultasse sensibilmente aumentata. I fuochi erano infatti passati da 21 a 80 e gli abitanti da 82 a 170. Una notizia particolarmente interessante risultante da questo censimento, è quella secondo la quale assente, perché in “Casale Palagorio et ibi archipresbyterum”, era il reverendo Michele Sisio fu Antonio, il quale viveva con la moglie Alfonsina Candreva e i suoi tre figli. In quell’epoca il reverendo aveva una moglie e tre figli. Ciò era possibile perchè la religione professata nei secoli passati, era quella Cristiano-Ortodossa.

Ancora oggi, testimoniano a Carfizzi questo nostro passato religioso le due “conicelle” collocate alla periferia del paese; l’una posta alla fine di via Roma e chiamata “Santa Vennera” e l’altra sulla strada che porta a Cirò e detta Padre Eterno. Sembra infatti che esse non siano altro che opere monumentali tipiche della religione greco-ortodossa. Un’ulteriore conferma di questo nostro passato religioso, può essere rinvenuta in alcuni versi della famosa “Vallia di Costantino” canzone tramandata di generazione in generazione, in cui si legge che la promessa sposa di Costantino “do të vurë kurorë me njetë” (vuole scambiarsi le corone di fiori con un altro). E’infatti noto, come nel rito nuziale greco-ortodosso, l’unione matrimoniale venga sancita dallo scambio di corone di fiori tra gli sposi.

Attualmente a Carfizzi la religione è quella Cattolico-Romana e non è documentato il  passaggio da un rito all’altro.