Santa Severina è stata definita “La nave di Pietra” per la sua caratteristica forma.

Questa città, sopravvisuta nel tempo, è riuscita a cristallizzare, quali appendici naturali dei suoi dirupi, le pietre murate dei suoi significativi monumenti. Questi attestano ancora oggi i trascorsi di una lunga e importante storia. In Santa Severina quasi tutto si è eccezionalmente conservato, sfidando le avversità dei tempi.

SANTA ANASTASIA

Sant’Anastasia è la Santa protettrice di Santa Severina. Il giorno a lei dedicato è il 29 Ottobre, ma ogni 9 Marzo, si usa ancora oggi, fare una processione per le vie dell’antico borgo medioevale, dove si espone il braccio d’argento contenente la reliquia della Santa, regalato da Roberto il Guiscardo all’arcivescovo del tempo, nell’anno 1100.

Questa processione viene fatta in ricordo del terribile terremoto che si verificò nel 1648, che scosse e distrusse tutto il crotonese, ma lasciò quasi indenni, Santa Severina e i suoi abitanti, i quali, in onore della Santa che li aveva protetti, da allora aggiunsero nella sua iconografia, precisamente sul libro che ella regge nella mano sinistra, la miniatura del paese.

Esistono due Sante che portano il nome di Anastasia: la nobildonna romana vissuta nel primo secolo, e che, rimasta vedova, abbracciò la fede cristiana aiutando poveri, malati e derelitti; e la Vergine e Martire di Sirmio, un piccolo centro dei Balcani, protettrice della seta, che si venera il 25 Dicembre.

L’Anastasia Santa patrona di Santa Severina sarebbe dunque la nobildonna romana che la Chiesa ricorda appunto il 29 Ottobre, tuttavia, quasi tutta l’iconografia della Santa presente nel nostro paese, raffigura invece la martire di Sirmio; in particolare il bellissimo dipinto di Fabrizio Santafede (1573-1624) oggi esposto nel museo diocesano, rappresenta Santa Anastasia con alle spalle un bellissimo inserto della Natività, ad indicare la festa liturgica del 25 Dicembre e ai piedi alcuni bozzoli ad indicare il suo protettorato sulla seta. Da questi elementi si può quindi dedurre che la Santa Patrona di Santa Severina sia in realtà S.Anastasia di Sirmio, e che il giorno a lei dedicato, sia stato spostato per motivi liturgici dal 25 Dicembre - data in cui la Chiesa Universale ricorda la Natività di Gesù - al 29 ottobre in concomitanza con il giorno dedicato ad un’altra Anastasia: Santa Anastasia la romana. Proprio il bellissimo dipinto di Fabrizio Santafede entra nella storia di Santa Severina per via di un miracoloso episodio che ha il sapore della leggenda.

Nel 1724, il Duca Greuther di Santa Severina, si rifiutò di giurare sottomissione all’Arcivescovo del tempo, era questo un gesto gravissimo perchè la tradizione voleva che, nel giorno di Sant’Anastasia, durante la cerimonia detta “della Bandiera”, si rinnovasse il riconoscimento da parte del Duca della supremazia della Chiesa sul potere temporale. Quell’anno erano sorti dissidi fortissimi tra l’Arcivescovo e il Duca per la faccenda delle decime e questi dissidi, avevano portato il Greuther, non solo a non sottomettersi formalmente alla Chiesa, ma a minacciare apertamente l’Arcivescovo il quale, per tutelarsi, abbandonò Santa Severina e si trasferi a Cutro. Venne quindi il giorno di Sant’Anastasia , e...

“(...) sulla città cadde una straordinaria ed orribile tempesta nel solo circuito di essa (...), di smisurata grandine, di fulmini, di saette e tuoni de quali due ne cascarono nella med(esi)ma chiesa, (...),quindi, si vide il volto dell’immagine della Santa non solo tramandare sudore ma con diversità e varietà di figure e colori, ora rosso, ora giallo, ora fosco ed ora pallido.

Accorsero tutti, anche i ministri dei Gruther presenti nella città, arrivò l’Arcivescovo dalla vicina Cutro e rimpiazzò tutte le funzioni in ossequio della Santa.

Durante la messa...

(...) Offerì la pace a tutti e specialmente al suo primogenito il Signor Duca, chiamò al suo trono il di lui agg(en)te gen(era)le dicendogli (...) che doveva in tale occasione riconciliarsi (...) quindi strettamente l’abbracciò perchè si trovò qui il razionale di d(ett)o Signor Duca che nel giorno seguente doveva partirsi, chiamatolo al trono gli diede un nuovo abbraccio perchè in suo nome giacchè in contemente dovea andar a Napoli lo portasse al Signor Duca suo primigenio.

Or dopo tutti questi segni (...) nello giorno dell’ottava del primo giorno di sudore, pensò Mons. arcivescovo di intonare e cantare il Te Deum Laudamus, avanti l’immagine della Santa che siccome nella prima volta il viso della Santa (...) si dimostrò cruccioso, così nella seconda si dimostrò giulivo e sereno (...) ha somministrata (...) una piena speranza siccome se ne va concretando qui il disegno con i ministri del Signor Duca (...) dalla cui pietà si spera che ricevendo tutta l’impressione da questi segni dalla Santa operati per illuminare questa città ed i superiori della medesima ch’è Monsignor Arcivescovo ed il Signore Duca ebbe a consegnare alla pace cercata.

(Per il testo completo si rimanda a “Siberene” 1915, pp179-215).

Tale evento è fedelmente riportato nella relazione Ad Limina Petrii, che ogni tre anni il responsabile dell’Arcidiocesi inviava a Roma.

IL BATTISTERO

Non si hanno fonti sicure sull’origine e sul periodo di costruzione di questo singolare monumento. Secondo i risultati dei restauri, che attualmente sono in corso, la costruzione del Battistero potrebbe risalire al VII-VIII secolo, ponendo così in discussione alcune date importanti della storia Bizantina di Santa Severina che dovrebbe essere riscritta. E’ l’unico monumento bizantino, almeno in Italia, a pianta circolare con quattro bracci sporgenti lungo gli assi principali, tali da formare una croce greca. All’esterno si presenta con tre elementi sovrapposti: un corpo cilindrico, il tamburo rientrante e rispondente all’alzata della cupola e, ancora più arretrata, la lanterna. La porta d’ingresso, che immette direttamente sulla piazza, è incorniciata da un portalino a sesto acuto.

All’interno otto colonne, di cui sette in granito, sorreggono la cupola, originando la forma ottagonale del tamburo. Quest’ultima aveva un significato simbolico nei battisteri bizantini, come spiega Sant’Ambrogio:

“ Era giusto che l’aula del sacro battesimo avesse otto lati, perchè ai popoli venne concessa la vera salvezza quando all’alba dell’ottavo giorno, Cristo risorse dalla morte.”

Le colonne, tolte da antichi edifici di età tardo antica, sono tutte di diverso diametro, per cui gli archi che le uniscono hanno luce diversa. I capitelli hanno semplici motivi ornamentali, due portano iscrizioni greche. Dagli archi si sviluppa la cupola a spicchi senza costoloni.

Le pareti, probabilmente, erano decorate con affreschi di cui oggi rimangono poche tracce. Lungo le pareti del braccio ovest corrono figure scolpite di Angeli e Santi, volte tutte verso il centro del Battistero; un’altra di queste figure è sulla parete opposta all’ingresso principale, dietro l’altare e guarda anch’essa verso il centro, dove si trova il fonte battesimale.

L’interno è illuminato da due finestre nel corpo cilindrico e da quattro nel tamburo ottagonale. Nel Battistero è stato collocato di recente un sarcofago raffigurante un guerriero del 1500, si tratterebbe dell’effige del generale Angelo del Duca, eroico personaggio Santaseverinese intorno al quale si narra una leggenda: Nel tempo in cui Santa Severina era assediata dagli Angioini, i Santaseverinesi trovandosi in difficoltà, si recarono presso la tomba di Angelo del Duca, un valoroso guerriero, e lo pregarono di venire loro in aiuto. Angelo del Duca, non si sa se in sogno o direttamente parlando a qualcuno, consigliò ai Santaseverinesi di mungere gli animali e insieme al latte delle puerpere fare tante ricotte e formaggi da buttare ai nemici. In tal modo questi avrebbero creduto che i cittadini avevano ancora molto cibo e che potevano quindi resistere all’assedio ancora a lungo. Così avvenne. Gli Angioini, scoraggiati, abbandonarono l’assedio e Santa Severina fu liberata.

CHIESA DI SANTA FILOMENA O POZZOLEO

A destra, per chi sale verso la Piazza principale, sorge la chiesetta di Santa Filomena o Pozzoleo.

La sua cupola dà un’intonazione orientale al paesaggio. Essa è costituita da un tamburo cilindrico, con feritoie orientate verso i quattro punti cardinali ed è abbellita da sedici piccole colonne sormontate da piccoli capitelli con decorazioni a fogliame. La chiesetta si compone di due piani, ciascuno con una sola navata.

L’ambiente superiore, dedicato a Santa Filomena, termina con una piccola abside semicircolare e sporgente, munita di una feritoia e presenta due porte d’accesso gemelle, ad arco a sesto acuto, con doppia cornice.

Entrambe le cornici esterne delle porte gemelle, evidenziano lo stesso elemento decorativo dei capitelli della cupola .

La chiesetta è illuminata oltre che dalla feritoia dell’abside, da altre due finestre bifore poste una sul lato est e l’altra sul lato sud. L’ambiente inferiore, dedicato alla Madonna del Pozzo, era una cisterna di età bizantina. Sulla presenza di questa cisterna trova riscontro la leggenda relativa alla nostra antichissima chiesa che così narra: “Molto tempo fa al posto della Chiesa di Pozzoleo, vi era una casa munita di un pozzo, nella quale viveva una donna chiamata Filomena, con la sua bambina. Un giorno la madre uscì, lasciando la figlia sola. Questa, spinta dalla curiosità, andò a guardare nel pozzo e si sporse cadendovi dentro.

Quando la madre tornò e non trovò la figlia si mise a piangere disperata. La bambina sentendola la chiamò: “Mamma non piangere! Sono qui, nel pozzo, in braccio ad una bella Signora!”. La madre dopo aver sentito la figlia, andò subito a chiamare alcune persone affinché l’aiutassero a tirar fuori dal pozzo la bambina. La bambina fu trovata illesa, seduta in fondo al pozzo su un quadro che raffigurava la Madonna. Adesso il quadro è conservato in quella che era la casa della bimba diventata Chiesa di Santa Filomena o Pozzoleo.

Sulla piazza si affacciano i tre monumenti più importanti di Santa Severina: la Cattedrale, il Battistero ed il Castello. Come tutte le piazze principali dei piccoli centri essa rappresenta il cuore, cioè la vita del paese. E’ il luogo d’incontro dei ragazzi e degli adulti di Santa Severina.

I Santaseverinesi chiamano questa piazza “Campo”, nome che è rimasto da quando, nei tempi antichi, era un campo d’armi e i militari vi svolgevano le loro esercitazioni.

Dai cosidetti “spuntoni” situati l’uno di fronte all’altro, si possono ammirare panorami veramente suggestivi: a sinistra si vedono le montagne della Sila e a destra l’ampia vallata del Neto, fino al mare. La piazza, prima in terra battuta poi asfaltata, fu pavimentata nei primi anni ottanta con cubetti di porfido scuro e marmo bianco. L’elemento strutturante della pavimentazione è un’immensa ellisse, orientata con l’asse maggiore in direzione N/S. L’interno dell’ellisse è diviso in dodici quadranti che convergono in un sistema centrale dov’è situata la rosa dei venti. A sud ovest della piazza, sorge la villetta comunale. I sedili sono stati costruiti con pietrame locale e danno l’impressione di formare un labirinto, in realtà formano un grande sole che, come l’ellisse della piazza, è orientato secondo i punti cardinali. Al centro del sole è posta una fontana di travertino e sopra la fontana una stella a 18 punte.

CHIESA DELL’ADDOLORATA

Fu probabilmente la prima Chiesa Cattedrale della Metropolia di Santa Severina. Fu quasi totalmente ristrutturata intorno al XVIII secolo, per cui, l’antica struttura e gli originali particolari costruttivi, vennero occultati, lasciando in evidenza caratteristiche di stile Barocco meridionale.

Lo studioso Paolo Orsi nel 1911 rilevava, con le sue ricerche, una Basilica a tre navate con tre piccole absidi; la navata centrale era separata dalle secondarie mediante dodici pilastri a sezione quadrata che furono incorporati nella muratura. Quando fu costruita la Cattedrale latina, la Chiesa fu intitolata alla Madonna Addolorata.

CHIESA DI SANTA MARIA

Anche le origini di questa Chiesa sono avvolte nelle tenebre.

Già nell’apprezzo del 1687, veniva definita “antichissima”. La sagrestia di misura sproporzionata rispetto all’unica navata attuale, ci fa pensare che la chiesa fu distrutta, forse dal teremoto del 1783, e poi ricostruita annettendovi la soppressa chiesa di San Nicola che sorgeva in contrada Armirò.

Fino a qualche tempo fa, i ragazzi, nel giorno di San Nicola, giravano per le case chiedendo la legna per poi accendere un falò nel piazzale davanti alla Chiesa di Santa Maria e San Nicola.

( Chiesa di Santa Maria )

CHIESA DI SANTA LUCIA

Probabilmente sorse intorno al XII secolo, nello stesso periodo della “Chiesa della Addolorata”. Ha una piccola navata quasi trapezioidale, che termina con una piccola abside. Quest’ultima presenta all’esterno, sotto la gronda di tegole, un doppio filare di mattoni in coltello, a zig-zag, chiaro elemento di origine bizantina ripetuto in diverse chiese medioevali. La chiesa è detta anche “dell’Ospedale”; l’apprezzo del 1687 descrive come, accanto ad essa, sorgessero quattro stanze ad uso ospedaliero sia per i cittadini che per i forestieri che affluivano a Santa Severina durante il periodo delle fiere tradizionali di San Giovanni Minagò e di Santa Anastasia, che duravano entrambe otto giorni nel mese di Maggio di ogni anno.

CHIESA DI SANT’ANNA

Sull’origine di questa antichissima chiesetta, non si hanno notizie fondate. Nel 1687 è citata semplicemente fra le sette chiese piccole di Santa Severina. Si trova poco più avanti della Chiesa dell’Addolorata, su un’altura detta “Monte Fumiero”; ormai semi diroccata ed inaccessibile, in attesa di essere restaurata.

EX CHIESA DELL’ORATORIO

In posizione obliqua rispetto alla facciata della Chiesa Cattedrale, sorgeva la Chiesa della Congregazione della Concezione, detta dell’Oratorio del XVI secolo, con due porte ed una Cripta. Qualche decennio fa, fu ristrutturata in modo radicale al fine di essere adibita a Casa Parrocchiale, ed utilizzata anche per lo svolgimento di attività sociali; solo a fatica pertanto, si possono individuare i tratti esterni del monumento, ormai riconvertito a nuovo uso.

MUSEO DIOCESANO

Le Chiese della Calabria assoggettate al patriarcato di Costantinopoli, fino al sec.IX, dipendevano tutte dall’antica Metropolia di Reggio Calabria.

Al tempo di Leone VI (886-919), Santa Severina era già sede Metropolitana, seconda e ultima istituita in Calabria da Bisanzio.

Con la conquista normanna (sec.XV) venne imposta al clero greco e ai fedeli la sottomissione a Roma. Nonostante ciò, molte chiese e prelati delle due Diocesi, continuarono a celebrare secondo il rito bizantino e tale tradizione restò viva fino a tutto il sec.XV. Crotone e Santa Severina denotano quindi, sin dalle origini, sotto l’aspetto diocesano, una storia distinta ed autonoma; questa connotazione giurisdizionale continuò ad esistere fino all’unificazione delle due Chiese avvenuta nel 1986.

Monsignor Agostino, ex Arcivescovo dell’ arcidiocesi di Santa Severina-Crotone, memore dell’importante storia, ha fortemente desiderato la realizzazione del museo diocesano, indicando la città di Santa Severina quale sede più idonea per testimoniare la storia della chiesa crotonese.

Il Museo si articola in tre tematiche: Luoghi; Oggetti e Documenti.

Nella sezione Luoghi, sono trattati gli edifici di culto che testimoniano la storia del Cristianesimo: catacombe, basiliche, battisteri, chiese bizantine, strutture abaziali e cattedrali post-tridentine.

Nella sezione Oggetti, articolata in tre stanze, sono presentati arredi ecclesiastici, paramenti sacri, insegne episcopali, reliquiari, ostensori; è presente inoltre una sub-sezione riferita agli aspetti iconologici (pitture e sculture). Nella sezione Documenti, sono rappresentati ed esplicitati i libri liturgici e i testi fondamentali della catechesi, sono esposti inoltre in campionario di documenti quali: bolle, pergamene, privilegi, che testimoniano la storia plurimillennaria della Chiesa.

EX MONASTERO DI SAN DOMENICO

Da “Monte Fumiero” scendendo verso ponente, si giungeva un tempo all’antico complesso di San Domenico con l’annessa chiesa ad una navata e, poco più a valle, vi era una delle porte della cittadina, detta “Porta Nova”. Di quest’ultima non è rimasto nulla, mentre del Monastero e della Chiesa, è visibile qualche rudere, tra i quali, un vano a piano terra del campanile con volta a griglia “quadripartita”, che si erge avvolto da verdissima edera.

ALTILIA DI SANTA SEVERINA

Il suo abitato, a 10 chilometri da Santa Severina, sulla strada per S.Giovanni in Fiore, è posto a 310 metri sul livello del mare su di un colle ameno da cui si domina lo stupendo panorama della vallata del Neto e dei monti della Sila. Per chi passa dal bivio e sale all’abitato, è consigliabile arrivare al palazzo che il barone Barracco aveva fatto costruire sull’impianto del vecchio monastero, circondato da un bellissimo parco di pini maestosi, vanto degli abitanti di Altilia, che lo hanno trasformato in Villa Comunale. Altilia ebbe il Monastero Florense di Santa Maria che dipendeva dalla Badia di San Giovanni in Fiore, celebre in tutta Europa per l’Abate Gioacchino suo fondatore.

Questo Monastero ebbe tale importanza da meritare l’intervento dei Papi in varie controversie con altri monasteri e col capitolo metropolitano di Santa Severina. Soprattutto era notevole questa Badia per il culto alla Vergine, tanto da essere detta la “Calabro-Maria”. In Siberene del Mons. Puja a pag. 465, è riportata una famosa leggenda su “ La campana del Brigante” di cui è ancora dotata la Chiesa d’Altilia.

Essa racconta che....

Un brigante, inseguito dai soldati, si inerpicava su quella erta e aspra collina di fronte ad Altilia. Arrivato alla sommità di quell’altissima rupe si rese conto che non aveva altra scelta: o farsi ammazzare dai soldati che lo stavano circondando o ammazzarsi da sè buttandosi da quell’altissima rupe. Scelse quest’ultima via, ma prima di buttarsi chiese con fede aiuto alla Madonna di Altilia il cui Santuario stava proprio di fronte e gridò: ” Maria di Altilia salvami! E io ti farò la campana che manca alla tua chiesa”. Fu un miracolo. Il brigante da quella caduta ne uscì illeso e riprese la sua corsa verso la campagna sfuggendo così ai soldati. La campana fu fatta fondere a sue spese e anche oggi viene chiamata la campana del brigante.

A riscontro della leggenda rimane ancora il nome della rupe da dove si gettò il brigante, “Timpa del Brigante” o “del Salto” che si trova proprio di fronte all’ex Monastero di Altilia.

IL CASTELLO

Tra i diversi monumenti presenti nell’ambito di Santa Severina, il Castello, assume sia per grandezza che per importanza, un aspetto predominante anche per il fascino che usualmente i manieri esercitano sull’immaginario collettivo, inoltre si configura in esso, l’unico apparato militare calabrese ancora interamente conservato.

Il Castello è composto da un Mastio quadrato e da quattro torri cilindriche, poste agli angoli ed è fiancheggiato da quattro bastioni sporgenti in corrispondenza delle torri. Esso domina con la sua mole imponente, la piazza detta “Campo”. L’accesso dalla piazza avviene attraverso un ponte costruito nel 1836. Visitare ed osservare la struttura di questo possente monumento, è come ricostruire le varie epoche dei sistemi difensivi in Italia ed in Europa.

Il Castello occupa gran parte dell’area di sedime dell’antico Kastron Bizantino, nel quale coesistevano fabbriche ecclesiali e strutture militari delimitate da un unico recinto protetto da fossati e dirupi. Al periodo Bizantino risalgono gli avanzi della chiesa con pareti affrescate, la necropoli ed alcuni tratti di strutture militari, quali la muraglia di sbarramento e la cisterna semi ipogea attigua alla torre tonda di sud-ovest.

I Normanni che subentrarono ai Bizantini sul finire del secolo XI, costruirono sullo stesso sito il loro castello e ciò comportò, inevitabilmente, la distruzione delle presistenze architettoniche elevate all’interno dell’antico Kastron.

Il Castello, nella prima metà del secolo XIII, venne poi riadattato per volontà di Federico II di Svevia, sebbene le tracce del suo restauro risultino in gran parte andate perdute a seguito degli ammodernamenti successivi. Le strutture del perimetro del mastio, che rappresenta la parte più appariscente dell’antico maniero, fu costruito sotto la dominazione angioina: le difese merlate aggettanti dei torrioni circolari poste agli angoli e le difese merlate delle cortine, dotate di arcaici punti di sparo, evidenziano l’età di costruzione della fabbrica.

Sotto il dominio degli Aragonesi, il Castello non subì ammodernamenti, anche se furono introdotti alcuni significativi punti di sparo nei torrioni circolari posti agli angoli del Mastio. I primi importanti lavori di ammodernamento alla fortezza, furono realizzati da Andrea Carafa, conte di Santa Severina (1496-1526): sotto il dominio del vecchio conte si costruirono le porte della città, le relative mura di difesa, i rivellini meridionali, tre baluardi, due fronti difensivi e la residenza feudale. Galeotto Carafa (1527-1556), che subentrò allo zio, ammodernò il fortilizio, continuando in parte l’opera già avviata dal predecessore. Nel perseguire gli stessi scopi, Galeotto costruì un nuovo impianto fortificato ed elevò la maggior parte delle strutture che oggi costituiscono la fortezza racchiusa nel primo perimetro.

Andrea II Carrafa (1557-1569), figlio di Galeotto, completò le strutture summitali del fronte bastionato del Campo e costruì le fabbriche del fronte meridionale.

Vespasiano Carrafa,(1569-1599), figlio di Andrea II, impiantò, senza completarle, le strutture del rivellino dell’avamposto. I Ruffo che subentrarono ai Carrafa apportarono nella fortezza , dal punto di vista militare, qualche piccolo aggiustamento, senza però produrre opere meritevoli.

Agli Sculco prima e ai Greuther poi, va il merito di avere ammodernato nel corso dei secoli XVII e XVIII la residenza feudale, ingentilendola attraverso la costruzione di volte a schifo, dipinte e decorate.

Dal 1806, anno della soppressione della feudalità, il castello venne incamerato dal Demanio per poi essere venduto a privati. Nel 1905 fu acquistato dal Comune, che lo usò prima come sede di uffici pubblici poi come scuola, divenne infatti sede del convitto maschile. I lavori di restauro iniziati nel 1991, sono stati completati nel 1996. Nel 1997 il Ministero dei Beni culturali ha riconsegnato al Comune le chiavi di questo antico monumento. Dal punto di vista storico-architettonico, il Castello-Fortezza di Santa Severina, offre al visitatore non solo il fascino che caratterizza questa tipologia di monumenti, ma anche un vasto campionario di tipologie militari, nonchè importanti emergenze archeologiche e storico- artistiche che documentano i tratti più significativi delle civilizzazioni e delle dinastie europee, che regnarono su questi territori dalla caduta dell’impero romano d’occidente all’unità d’Italia.

All’interno del Castello si trova il Museo Archeologico, organizzato in due sezioni, riguardanti gli scavi del Castello ed i materiali del territorio di Santa Severina e di altre località del Marchesato e, ancora, il Centro Documentazioni e Studi Castelli e Fortificazioni Calabresi, ubicato nel Bastione del Castello detto dell’Ospedale, strutturato in due sezioni strettamente correlate fra loro. La prima sezione è dedicata al sistema informativo, infatti è basata sulla creazione di una banca dati, relativa ai castelli, di portata regionale.

La seconda verte sull’allestimento di pannelli esplicativi e plastici tridimensionali, volti ad illustrare le diverse tipologie e le diverse evoluzioni delle architetture militari. Anche intorno al Castello di Santa Severina, come intorno ad ogni castello che si rispetti, esiste una leggenda dai toni un pò foschi ma altamente suggestiva.

Si narra infatti che...

In una notte buia, il diavolo uscito fuori dall’inferno, perchè invocato in un luogo poco lontano da Santa Severina, comprava l’anima di un cristiano e per compenso faceva trasportare dalla Sila, non proprio vicina, un colossale pino di straordinaria lunghezza e lo fabbricava alla lunghissima mangiatoia della scuderia del Castello di Santa Severina.

La leggenda qui descritta è tratta, come altre, da “Il Popolo di Calabria” del prof. Giovanni del Giacomo-Trani 1899, il quale, afferma di aver visto personalmente la celebre trave nella mangiatoia del Castello: un legno piallato e drittissimo ancora con la corteccia, lungo diciassette metri e mezzo; tre volte più lungo quindi dei pini che normalmente crescono in Sila. Sulla mangiatoia, ad avvalorare tale leggenda, vi era un rozzo dipinto che raffigurava il diavolo con una trave sulle spalle.